Pazzi per gli Alberi

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albero mondrian

Sono ossessionata dagli alberi, che non riesco a disegnare e che mi sembrano l’elemento unificatore dei quattro elementi che per gli antichi costituivano l’universo sensibile: acqua, aria, terra, fuoco. Scoprire che ossessionavano anche grandi artisti, come Matisse, di cui sto postando queste citazioni da Scritti e pensieri sull’arte ((ediz Ebscondita, Carte d’artisti, pp 132 2 seguenti), è stato fondamentale per me e spero lo sia per tutti i disegnatori pazzi (della nostra classe e non) che sono anche pazzi per gli alberi. Matisse  scrive ad André Rouveyere:

«….vi sono due modi di descrivere un albero: 1. mediante un disegno imitativo come lo si impara nelle scuole di disegno europee. 2. mediante il sentimento suggerito dalla vicinanza e dalla contemplazione, come gli orientali, credo, a quanto m’hanno raccontato.

Mi hanno raccontato che gli insegnanti cinesi dicevano ai loro allievi: “Quando disegnate un albero, dovete avere la sensazione di salire con esso quando cominciate dal basso”. (…)

Quante volte ho voluto disegnare alberi e non ci sono riuscito! (…) Dunque mi sono sentito respinto dallo studio degli alberi, da molto tempo, sempre, fino a quando, senza premeditazione, ho preso un blocco di carta da lettere e ho provato a disegnarci dei rami fronzuti con i mezzi più semplici, e man mano, mentre usciva l’inchiostro dalla penna sulla carta, vedevo formarsi del fogliame.

Avevo già notato che nei lavori degli orientali il disegno dei vuoti lasciati intorno alle foglie contava quanto quello stesso delle foglie. Che in due rami vicini, le foglie di un ramo erano più in rapporto con quelle del vicino che con le foglie del medesimo ramo

Le foglie di un ramo erano tutte disegnate nella stessa direzione, con la stessa forma; e sarebbero state monotone senza le foglie del ramo vicino cui facevano da contrappunto grazie al disegno del vuoto che separava i due rami. (Sono abbastanza chiaro?)».

Matisse è così chiaro che come leggo queste parole mi metto all’opera, anche senza “osare” ancora l’albero, su dei rami con le foglie:

Prosegue Matisse: «Ho perciò disegnato le foglie man mano che costruivo i rami, con un disegno semplificato, ad esempio : le foglie soltanto, senza nessuna nervatura. Nota che queste foglie sono belle piene. Se vi avessi voluto aggiungere le nervature, le avrei distrutte. (…) Poi ho fatto un tronco coi rami sullo stesso piano, paralleli all’orizzonte. E poi, in un altro disegno, ho potuto mettere i rami su piani diversi. (…)».

In una lettera a Louis Aragon Matisse scrive: «Vi ho fatto vedere, no? i disegni che faccio adesso per imparare a rappresentare un albero, gli alberi? Come se non avessi mai visto, mai disegnato un albero. Dalla mia finestra ne vedo uno.Con pazienza devo capire come si costruisce la massa dell’albero, poi l’albero stesso, il tronco, i rami, le foglie. Prima di tutto i rami che si dispongono simmetricamente, su un solo piano.Poi il modo in cui i rami girano, passano davanti al tronco…Non fraintendetemi: non voglio dire che, vedendo l’albero dalla mia finestra, lavoro per copiarlo. L’albero, è anche tutta una serie di effetti che l’albero causa in me. Non è questione di disegnare un albero come lo sto vedendo. Ho davanti a me un oggetto che esercita sul mio spirito un’azione, non soltanto come albero, ma anche in rapporto ad ogni sorta di altri sentimenti… Non mi libererei della mia emozione se copiassi l’albero  o se ne disegnassi le foglie ad una ad una nel linguaggio corrente…Prima devo identificarmi in lui. Devo creare un oggetto che rassomiglia all’albero. Il segno dell’albero. (…)».

Interrompo la citazione perché ciò che scrive Matisse mi procura un’emozione molto forte, legata, penso, al mio primissimo ricordo. Dovevo avere forse 3 anni e stavo seduta, con mio fratello più piccolo di me di un anno e mezzo, sull’ultimo gradino della rampa di scale della casa dove allora vivevamo, a Gorizia, una casa circondata da un grande giardino. Di fronte a me c’era un grande albero e all’improvviso mi resi conto che io non ero l’albero, che l’albero era staccato da me, diverso da me, era non-me. Era se stesso, era l’albero.  E che mio fratello non era me, era se stesso, era Enzo. Provavo un dolore quasi insopportabile che però, immagino, era il dolore della nascita alla vita, del riconoscimento del sè che è in ciascun individuo. Perciò quando Matisse scrive «prima devo identificarmi in lui» quello che provo è innanzitutto l’eco di quel dolore e cioè l’opposto di quel che Matisse dice: prima, devo staccarmi da lui. E poi tornare a fondere la mia identità con la sua, per poterlo vedere davvero.

Non so, immagino che tutto ciò abbia senso soltanto per me. Infatti tutta la vita, fino dall’infanzia, ho disegnato alberi senza riuscire neanche alla lontana a rappresentare il segno dell’albero, come dice Matisse, e solo recentemente, grazie alla lettura di questo libro e alla frequentazione di Hassan Vahedi, anzi, solo dopo aver visto i quadri di Hassan  che rappresentano le ombre proiettate dalle foglie degli alberelli davanti al suo studio di via Sirte in un luminosissimo giorno d’estate, ho cominciato piano piano a disegnare – quasi solo nella mia mente, ancora –  gli alberi che vedo intorno a me, che incontro nella mia strada, in un bosco, giardino o sentiero. Un’altra grossa mano me l’ha data Leyla Vahedi, con alcune sue incisioni arboree, in cui la complessità dell’intreccio dei rami è quasi liquida, morbida, amichevole e avvolgente. E David Hockney, che parla molto di alberi e della loro “personalità” nell’intervista che costituisce il libro  A bigger message ma che soprattutto li dipinge e li disegna, li immagina, studia, proietta e concepisce con uno slancio e un energia che mi fanno venire in mente il disegnare gli alberi crescendo insieme a loro riportato da Matisse.

CITAZIONE Hokney

poi c’è Mondrian

Hirosige con i suoi pini marittimi intorcinatissimi

Si potrebbe anche chiedere ad artisti più o meno noti una semplice testimonianza sul disegnare e dipingere alberi

e ci sonogli alberi disegnati dai bambini che ci possono suggerire idee?

poi riprenderei la lunga citazione di Matisse. Metterei immagini ogni volta che si parla di un artista,

Segue

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«Il faut travailler comme un ouvrier!» H. Matisse, écrits et propos, Paris 1972

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